Corso di storia dell'economia: Keynes 1883
John Maynard Keynes 1883

Keynes e la rivoluzione incompiuta
un'analisi critica del paradigma keynesiano
Introduzione: la portata di una rottura epistemologica
La Teoria Generale di Keynes non rappresenta semplicemente un'innovazione tecnica nella scienza economica, ma una vera e propria frattura epistemologica che ha ridefinito i confini stessi della disciplina. Quando nel 1936 Keynes pubblica il suo capolavoro, non si limita a contestare specifiche conclusioni della teoria classica: mette in discussione l'intero impianto metodologico su cui si reggeva l'ortodossia neoclassica. La sfida alla Legge di Say – secondo cui l'offerta crea automaticamente la propria domanda – non è che la punta dell'iceberg di una rivoluzione teorica che investe i fondamenti stessi del pensiero economico moderno.
Eppure, a distanza di quasi un secolo, il bilancio dell'eredità keynesiana appare ambivalente. Se da un lato il paradigma keynesiano ha effettivamente trasformato il modo in cui governi e istituzioni internazionali concepiscono la politica economica, dall'altro le sue promesse emancipatorie sembrano essersi dissolte in un pragmatismo tecnocratico che ha snaturato la portata radicale del progetto originario. Il presente saggio si propone di sviluppare un'analisi critica articolata su tre assi fondamentali: le conquiste teoriche del keynesismo, le sue aporie interne, e le trasformazioni che ne hanno accompagnato l'istituzionalizzazione.
I. Le fondamenta teoriche: dalla microeconomia walrasiana alla macroeconomia aggregata
1.1 Il superamento dell'equilibrio generale walrasiano
La rivoluzione keynesiana si inscrive in una traiettoria di lungo periodo che vede il progressivo abbandono del paradigma dell'equilibrio generale walrasiano. Dove Walras immaginava un sistema di equazioni simultanee capace di determinare tutti i prezzi e le quantità in un'economia di puro scambio, Keynes introduce una dimensione essenzialmente dinamica e temporale. Il suo è un mondo di incertezza radicale, dove le aspettative non possono essere ridotte a distribuzioni di probabilità note – come dimostrato nel Treatise on Probability (1921) – e dove la razionalità degli agenti è necessariamente limitata dalla opacità del futuro.
La nozione di "domanda effettiva" che Keynes pone al centro della sua teoria è, in questo senso, profondamente anti-walrasiana. Non si tratta semplicemente di una curva di domanda aggregata derivata dalle preferenze individuali, ma di una grandezza che emerge dall'interazione complessa tra aspettative imprenditoriali, propensione al consumo delle famiglie, e preferenza per la liquidità degli operatori finanziari. È una variabile che si forma *ex ante* rispetto agli scambi, e che determina il livello di produzione e occupazione indipendentemente dai "fondamentali" dell'economia reale.
1.2 I tre pilastri e la loro coerenza interna
L'architettura teorica della Teoria Generale poggia su tre concetti fondamentali che meritano un esame approfondito:
**La funzione del consumo** introduce quello che Keynes definisce la "legge psicologica fondamentale": la propensione marginale al consumo è positiva ma inferiore all'unità. Questa apparente banalità nasconde implicazioni profonde. Innanzitutto, significa che non tutto il reddito generato dalla produzione si trasforma automaticamente in domanda: una parte viene risparmiata. In secondo luogo, implica che la distribuzione del reddito conta: poiché i redditi più bassi hanno una propensione marginale al consumo più elevata, politiche redistributive possono influenzare il livello aggregato della domanda. Qui emerge già una tensione fondamentale del keynesismo: il riconoscimento implicito che la struttura sociale e distributiva è rilevante per gli equilibri macroeconomici, senza però sviluppare una teoria della distribuzione endogena al modello.
**L'efficienza marginale del capitale** rappresenta forse il concetto più originale e meno compreso della triade keynesiana. Keynes definisce l'EMC come il tasso di sconto che rende uguale il valore attuale dei rendimenti attesi di un bene capitale al suo prezzo di offerta corrente. Cruciale è il riferimento alle *aspettative*: l'investimento non dipende solo dal tasso d'interesse corrente, ma dalla relazione tra quest'ultimo e il rendimento che gli imprenditori si attendono dai nuovi progetti. Questo introduce una componente di soggettività e volatilità: le aspettative possono cambiare bruscamente – Keynes parla di "animal spirits" – generando fluttuazioni dell'investimento che si propagano all'intera economia attraverso il moltiplicatore.
**La preferenza per la liquidità** costituisce probabilmente il contributo più rivoluzionario di Keynes alla teoria monetaria. Contro la tradizione quantitativista che vedeva nella moneta un semplice "velo" neutrale, Keynes riconosce che la moneta è desiderata per sé stessa come riserva di valore in un mondo incerto. Il tasso d'interesse non è il "prezzo" che equilibra risparmio e investimento (come nella teoria del fondo prestabile), ma la ricompensa per rinunciare alla liquidità. Questo significa che la moneta non è neutrale nemmeno nel breve periodo: variazioni nella domanda di moneta possono alterare il tasso d'interesse e quindi l'investimento, modificando l'equilibrio reale dell'economia.
1.3 La possibilità di equilibri di sottoccupazione
Da questi tre elementi discende la conclusione più radicale della Teoria Generale: l'economia può trovarsi in equilibrio – nel senso che non esistono forze endogene che la spingano a modificare il proprio stato – anche in presenza di disoccupazione involontaria. Questo è un anatema per la teoria classica, secondo cui ogni disoccupazione è "volontaria" (i lavoratori rifiutano di lavorare al salario di mercato) o "frizionale" (temporanea).
La dimostrazione keynesiana procede per negazione: non esiste alcun meccanismo automatico che garantisca l'uguaglianza tra risparmio pianificato e investimento pianificato a livello di piena occupazione. Una riduzione dei salari nominali – la ricetta classica contro la disoccupazione – potrebbe addirittura aggravare la recessione, riducendo il potere d'acquisto dei lavoratori e quindi la domanda aggregata. Il sistema economico può quindi rimanere "intrappolato" in uno stato di sottoutilizzo delle risorse per un tempo indefinito.
II. Ambivalenze e aporie del paradigma keynesiano
2.1 Il microfondamento mancante
La critica più persistente mossa al keynesismo riguarda l'assenza di solide microfondazioni. Keynes ragiona per aggregati – consumo totale, investimento aggregato, domanda effettiva – senza fornire una derivazione rigorosa di questi comportamenti macro dalle decisioni dei singoli agenti. Questo ha aperto il fianco alla controrivoluzione neoclassica degli anni '70 e '80, culminata nella scuola delle aspettative razionali e nei modelli DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium).
Tuttavia, questa critica può essere rovesciata: il tentativo di "microfondare" il keynesismo – come nella sintesi neoclassica di Hicks e Samuelson – ha spesso tradito lo spirito originario della Teoria Generale. Ridurre Keynes al modello IS-LM significa neutralizzare proprio quegli elementi di radicale incertezza e soggettività delle aspettative che rendevano il suo approccio irriducibile all'equilibrio generale walrasiano. Come ha sostenuto Joan Robinson, esiste un "Keynes bastardo" – quello delle curve IS-LM – e un "Keynes autentico", che riconosceva l'impossibilità di una teoria formale completa in condizioni di incertezza radicale.
2.2 Teoria della distribuzione e conflitto sociale
Un'assenza ancora più vistosa nel sistema keynesiano è una teoria della distribuzione funzionale del reddito. Keynes accetta sostanzialmente la teoria marginalista della determinazione dei salari e dei profitti, limitandosi a contestare l'ipotesi di piena occupazione. Questo lo porta a concentrarsi sulle politiche di gestione della domanda aggregata, trascurando il ruolo del conflitto distributivo tra classi sociali.
I post-keynesiani – da Kalecki a Kaldor, da Joan Robinson a Pasinetti – hanno tentato di colmare questa lacuna, sviluppando modelli in cui la distribuzione del reddito dipende dal grado di monopolio, dal potere contrattuale dei lavoratori, e dal rapporto tra profitti e salari necessario a garantire la piena utilizzazione della capacità produttiva. Kalecki, in particolare, ha mostrato come il grado di monopolio determini non solo la distribuzione, ma anche il livello di output e occupazione, anticipando sviluppi che Keynes non aveva compiutamente esplorato.
2.3 L'instabilità dell'investimento e i limiti della politica fiscale
Keynes aveva perfettamente compreso che l'investimento privato è intrinsecamente volatile, dipendendo da aspettative di lungo periodo formate in condizioni di incertezza radicale. La sua soluzione – l'intervento statale attraverso la spesa pubblica – solleva però interrogativi cruciali. Se l'investimento privato è strutturalmente inadeguato, perché limitarsi a politiche anticicliche? Non sarebbe necessaria una più ampia "socializzazione dell'investimento", come lo stesso Keynes suggerisce in alcuni passaggi della Teoria Generale?
Qui emerge una tensione irrisolta nel pensiero keynesiano: da un lato la diagnosi di un fallimento sistemico del capitalismo di mercato nel garantire la piena occupazione; dall'altro la riluttanza a trarne conseguenze radicali in termini di trasformazione della struttura proprietaria e del controllo sui mezzi di produzione. Keynes resta un riformatore, convinto che il capitalismo possa essere salvato da se stesso attraverso un intervento intelligente dello Stato. Ma questa convinzione è fondata su basi teoriche solide, o riflette piuttosto un pregiudizio ideologico?
2.4 Moneta, finanza e instabilità sistemica
La teoria monetaria di Keynes, pur rivoluzionaria nel riconoscere la non-neutralità della moneta, lascia aperte questioni fondamentali sul funzionamento del sistema finanziario. La preferenza per la liquidità è analizzata essenzialmente come una scelta di portafoglio tra moneta e titoli a reddito fisso. Manca una teoria articolata del credito bancario, della creazione endogena di moneta, e del ruolo delle istituzioni finanziarie nell'amplificare i cicli economici.
Hyman Minsky ha sviluppato questi temi nella sua "ipotesi dell'instabilità finanziaria", sostenendo che il capitalismo attraversa fasi cicliche in cui il sistema finanziario evolve da strutture "hedge" (coperte dai flussi di cassa) a strutture "speculative" e infine "Ponzi", sempre più fragili. In questa prospettiva, le crisi finanziarie non sono anomalie esogene ma conseguenze endogene della dinamica capitalistica. Keynes aveva intuito questi meccanismi – si pensi alla sua analisi della speculazione come "gioco delle sedie" – ma non li aveva integrati in una teoria sistematica dell'instabilità finanziaria.
III. L'istituzionalizzazione del keynesismo e le sue metamorfosi
3.1 Dalla Teoria Generale alla sintesi neoclassica
La storia del keynesismo nel dopoguerra è storia di un progressivo addomesticamento. La sintesi neoclassica operata da Hicks, Modigliani e Samuelson traduce Keynes in un "caso particolare" del modello neoclassico: quello in cui i prezzi e i salari sono rigidi nel breve periodo. Il modello IS-LM diventa il linguaggio standard per insegnare Keynes, ma al prezzo di evacuare proprio quegli elementi di incertezza radicale e aspettative volatili che costituivano il nucleo della sua innovazione.
Questa operazione non è puramente "tecnica": riflette una precisa scelta politico-ideologica. La sintesi neoclassica offre ai policy maker uno strumento apparentemente neutrale e scientificamente fondato per gestire le fluttuazioni cicliche senza mettere in discussione le fondamenta del sistema capitalistico. Il keynesismo diventa politica della "fine tuning": piccoli aggiustamenti di politica fiscale e monetaria per mantenere l'economia sul sentiero della crescita stabile.
3.2 Bretton Woods e l'ordine economico internazionale
Il piano di Keynes per una International Clearing Union rappresentava un tentativo ambizioso di riformare il sistema monetario internazionale in senso cooperativo. L'idea centrale era creare una moneta di riserva internazionale (il "bancor") e meccanismi di aggiustamento simmetrici che penalizzassero tanto i paesi in surplus quanto quelli in deficit. Questo avrebbe dovuto prevenire le crisi di bilancia dei pagamenti e sostenere la domanda globale.
Il compromesso di Bretton Woods che ne emerse era assai più modesto: un sistema di cambi fissi ma aggiustabili ancorato al dollaro, con il FMI come prestatore di ultima istanza. La sconfitta del piano di Keynes non fu casuale: rifletteva i rapporti di forza geopolitici del dopoguerra, con gli Stati Uniti determinati a non vincolare la propria sovranità monetaria a un'autorità sovranazionale. L'ordine di Bretton Woods funzionò discretamente fino agli anni '60, ma collassò nei primi anni '70 sotto il peso degli squilibri accumulati – proprio come Keynes aveva previsto.
3.3 L'epoca d'oro e i suoi limiti
Gli anni 1945-1973 vengono spesso celebrati come l'"età dell'oro" del capitalismo keynesiano: crescita sostenuta, piena occupazione, espansione del welfare state. È importante però non idealizzare questo periodo. La crescita eccezionale di quegli anni deve molto a fattori contingenti: la ricostruzione postbellica, il trasferimento di manodopera dall'agricoltura all'industria, la diffusione di tecnologie accumulate durante la guerra, il basso prezzo delle materie prime.
Inoltre, l'ordine keynesiano era fondato su un compromesso sociale – tra capitale e lavoro organizzato – che richiedeva condizioni specifiche: un movimento operaio forte ma non rivoluzionario, margini di profitto sufficienti per concedere aumenti salariali, e una relativa chiusura dell'economia nazionale che permettesse politiche autonome di gestione della domanda. Quando queste condizioni vennero meno negli anni '70 – con la stagflazione, la crisi petrolifera, e l'intensificarsi della concorrenza internazionale – il modello keynesiano entrò in crisi.
3.4 La controrivoluzione monetarista e neoliberale
La stagflazione degli anni '70 – la coesistenza di alta inflazione e alta disoccupazione – sembrò smentire la curva di Phillips keynesiana, secondo cui inflazione e disoccupazione erano inversamente correlate. Friedman e la scuola monetarista attaccarono il keynesismo su due fronti: teoricamente, negando la possibilità di un trade-off stabile tra inflazione e disoccupazione nel lungo periodo; politicamente, attribuendo l'inflazione all'eccessiva espansione della spesa pubblica e dell'offerta di moneta.
La svolta neoliberale che ne seguì – incarnata dalle politiche di Thatcher e Reagan – non fu solo una risposta tecnica a problemi economici, ma un progetto politico di ristrutturazione dei rapporti di classe. Sotto la bandiera della "lotta all'inflazione" e del "risanamento dei conti pubblici", si procedette a un sistematico smantellamento del welfare state, alla privatizzazione di imprese pubbliche, alla deregolamentazione dei mercati finanziari, e all'indebolimento del potere sindacale.
Il paradosso è che queste politiche vennero giustificate invocando il "fallimento del keynesismo", mentre in realtà rappresentavano il tradimento del progetto keynesiano originario. Come ha osservato Paul Krugman, gli anni '70 non dimostrarono che le politiche keynesiane non funzionano, ma che erano state applicate in modo inappropriato in un contesto di shock di offerta (petroliferi) che richiedevano risposte diverse dalla semplice espansione della domanda.
IV. Keynesismo, post-keynesismo e le sfide contemporanee
4.1 Le scuole post-keynesiane
Di fronte all'involuzione della sintesi neoclassica, si sono sviluppate diverse scuole "post-keynesiane" che rivendicano fedeltà allo spirito originario della Teoria Generale:
**La scuola di Cambridge** (Joan Robinson, Nicholas Kaldor, Luigi Pasinetti) ha sviluppato modelli di crescita in cui la distribuzione del reddito gioca un ruolo centrale, e dove il conflitto tra salari e profitti determina la dinamica macroeconomica.
**La scuola kaleckiana**, influenzata dall'economista polacco Michał Kalecki (che arrivò indipendentemente a conclusioni simili a Keynes), enfatizza il ruolo del grado di monopolio, del markup, e della composizione della domanda nella determinazione di output e distribuzione.
**La scuola circuitista** (francese e italiana) analizza il processo di creazione monetaria attraverso il circuito produzione-distribuzione-consumo, sottolineando l'endogeneità della moneta e il ruolo attivo del sistema bancario.
**La Modern Monetary Theory (MMT)**, sviluppatasi più recentemente, radicalizza l'intuizione keynesiana sulla sovranità monetaria, sostenendo che uno Stato che emette la propria moneta non può "rimanere senza soldi" e che il vincolo reale all'espansione fiscale è l'inflazione, non la sostenibilità del debito.
4.2 La crisi finanziaria del 2008 e il "ritorno di Keynes"
La Grande Recessione del 2008-2009 ha segnato un momento di riscoperta del pensiero keynesiano. Di fronte al collasso del sistema finanziario e alla minaccia di una depressione paragonabile a quella degli anni '30, i governi di tutto il mondo hanno adottato politiche di stimolo fiscale e interventi massicci delle banche centrali – precisamente le ricette che il consenso neoliberale aveva fino a quel momento bandito.
Tuttavia, questo "ritorno di Keynes" si è rivelato effimero e contraddittorio. Dopo la fase acuta della crisi, molti paesi – specialmente in Europa – sono rapidamente tornati a politiche di austerità, con conseguenze devastanti in termini di disoccupazione e stagnazione. Il caso della Grecia è emblematico: le politiche imposte dalla Troika hanno prodotto un collasso del PIL superiore al 25%, smentendo clamorosamente le previsioni degli economisti del FMI sulla "austerità espansiva".
La pandemia di COVID-19 ha rappresentato un secondo momento di riscoperta keynesiana, con interventi fiscali di entità senza precedenti in tempo di pace. Negli Stati Uniti, il "bidenomics" ha esplicitamente abbandonato l'ossessione per il deficit pubblico, concentrandosi invece sulla piena occupazione e sugli investimenti pubblici. In Europa, la sospensione del Patto di Stabilità e il piano Next Generation EU hanno segnato una parziale rottura con l'ortodossia dell'austerità.
4.3 Nuove sfide: ecologia, disuguaglianza, finanziarizzazione
Il keynesismo contemporaneo deve confrontarsi con problemi che Keynes non aveva previsto o aveva sottovalutato:
**La crisi ecologica** richiede una radicale riconfigurazione del rapporto tra crescita economica e sostenibilità ambientale. Il keynesismo classico era fondato sull'idea che la disoccupazione potesse essere combattuta stimolando la domanda aggregata per aumentare la produzione. Ma se la produzione stessa è il problema – perché genera emissioni di CO2 e degrado ambientale – serve un keynesismo "ecologico" che promuova piena occupazione attraverso investimenti verdi e trasformazione della struttura produttiva, non semplicemente espansione quantitativa dell'output.
**La disuguaglianza crescente** mina le basi stesse del modello keynesiano. Keynes aveva intuito che la distribuzione del reddito influenza la domanda aggregata, ma considerava la disuguaglianza più come problema etico che economico. Oggi sappiamo che l'estrema concentrazione della ricchezza – con l'1% della popolazione che possiede più del 50% della ricchezza globale – non solo è moralmente inaccettabile, ma costituisce anche un freno strutturale alla domanda e un fattore di instabilità finanziaria.
**La finanziarizzazione** dell'economia ha trasformato il capitalismo in modi che Keynes aveva solo intravisto. Il peso crescente del settore finanziario, la proliferazione di strumenti derivati complessi, la disconnessione tra economia reale e speculazione finanziaria richiedono una teoria e una politica economica che vadano oltre la gestione keynesiana della domanda aggregata. Serve una riforma radicale del sistema finanziario che ne riduca il potere e lo subordini agli obiettivi sociali.
V. Prospettive critiche: verso un superamento del keynesismo?
5.1 I limiti strutturali della socialdemocrazia keynesiana
La critica più radicale al keynesismo sostiene che esso rappresenti, nella migliore delle ipotesi, una gestione più umana del capitalismo, ma non una sua trasformazione strutturale. Keynes voleva "salvare il capitalismo dai capitalisti", ma questo progetto si è rivelato intrinsecamente instabile. Il compromesso socialdemocratico ha richiesto condizioni storiche irripetibili: un movimento operaio forte, economie nazionali relativamente chiuse, margini di profitto elevati.
Con la globalizzazione, la delocalizzazione produttiva, e l'indebolimento del potere sindacale, le basi materiali del keynesismo si sono dissolte. Il capitale finanziario transnazionale ha acquisito un potere di veto sulle politiche economiche nazionali: qualsiasi governo che tenti politiche redistributive troppo aggressive rischia fughe di capitali e crisi valutarie. Il keynesismo "in un solo paese" è diventato impossibile.
5.2 Pianificazione democratica vs. mercato regolato
La questione fondamentale che Keynes evitò di affrontare compiutamente riguarda il meccanismo di allocazione delle risorse. La sua soluzione – mercato regolato dallo Stato attraverso politiche di domanda aggregata – lascia intatta la proprietà privata dei mezzi di produzione e la logica del profitto come motore dell'attività economica. Ma se il problema è che l'investimento privato guidato dal profitto atteso è strutturalmente inadeguato e volatile, perché non sostituirlo con forme di pianificazione democratica?
Le esperienze del "socialismo realmente esistente" hanno dimostrato i limiti della pianificazione centralizzata burocratica. Ma questo non esclude forme alternative di coordinamento economico basate sulla democrazia partecipativa, sulla proprietà sociale, e sulla pianificazione dal basso. Economisti come Pat Devine e Robin Hahnel hanno sviluppato modelli di "pianificazione economica partecipativa" che cercano di superare tanto i fallimenti del mercato quanto quelli della pianificazione centralizzata.
5.3 La questione della transizione
Anche accettando la desiderabilità di un superamento del capitalismo, resta il problema della transizione. Keynes offriva un programma riformista implementabile nell'immediato: spesa pubblica, regolazione finanziaria, politiche di piena occupazione. Le alternative più radicali devono confrontarsi con questioni di fattibilità politica ed economica.
La tradizione autonomista e dei "commons" propone strategie di costruzione di forme di vita economica alternative "negli interstizi" del capitalismo: cooperative, monete complementari, economie del dono, software libero. L'idea è che la transizione non possa avvenire attraverso una rottura rivoluzionaria, né attraverso riforme keynesiane che lasciano intatte le strutture di potere, ma attraverso la progressiva espansione di spazi di autonomia e auto-organizzazione.
Conclusioni: attualità e limiti di una rivoluzione teorica
A quasi un secolo dalla pubblicazione della Teoria Generale, il bilancio del keynesismo è necessariamente ambivalente. Sul piano teorico, Keynes ha operato una rottura epistemologica che ha ridefinito i confini della scienza economica: ha mostrato che l'economia non è una scienza dell'equilibrio e dell'ottimizzazione, ma lo studio di processi storici caratterizzati da incertezza radicale, aspettative volatili, e possibili fallimenti di coordinamento.
Sul piano politico, il keynesismo ha offerto la base intellettuale per il compromesso socialdemocratico del dopoguerra, dimostrando che capitalismo e democrazia potevano essere almeno parzialmente compatibili se lo Stato interveniva attivamente per garantire piena occupazione e welfare. Questa non è un'acquisizione da sottovalutare in un'epoca in cui il neoliberalismo aveva proclamato l'inesistenza di alternative al mercato deregolato.
Tuttavia, i limiti del progetto keynesiano sono altrettanto evidenti. Keynes non ha sviluppato una teoria della distribuzione che riconoscesse il conflitto strutturale tra capitale e lavoro. Non ha affrontato adeguatamente l'instabilità del sistema finanziario. Non ha previsto la crisi ecologica. E soprattutto, ha sottovalutato la capacità del capitale di riorganizzarsi – attraverso globalizzazione e finanziarizzazione – in modi che rendono inefficaci le politiche keynesiane tradizionali.
Di fronte alle sfide contemporanee – disuguaglianza crescente, precarizzazione del lavoro, crisi climatica, stagnazione secolare – serve un "keynesismo radicale" che recuperi lo spirito critico della Teoria Generale ma vada oltre le sue conclusioni riformiste. Questo significa riconoscere che la piena occupazione in un'economia ecologicamente sostenibile richiede non solo politiche di gestione della domanda, ma una trasformazione della struttura produttiva e dei rapporti di proprietà.
La lezione permanente di Keynes è che l'economia non è una scienza naturale che scopre leggi immutabili, ma uno spazio di possibilità aperto all'azione umana e alla scelta politica. Le crisi economiche non sono catastrofi naturali inevitabili, ma conseguenze di precise scelte istituzionali e distributive. Questa consapevolezza – che l'economia può essere diversamente organizzata – rimane il contributo più radicale e più attuale del pensiero keynesiano. Spetta a noi decidere se accontentarci di gestire le contraddizioni del capitalismo o osare immaginare alternative più radicali.
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