RISPARMIARE NON BASTA PIÙ

 


RISPARMIARE NON BASTA PIÙ:
COME FAR LAVORARE IL PATRIMONIO FAMILIARE

Per molti decenni il risparmio familiare italiano è stato costruito attorno a un principio apparentemente inattaccabile: mettere da parte una parte del reddito significa diventare progressivamente più sicuri. Il denaro non speso oggi rimane disponibile domani e costituisce una difesa contro gli imprevisti, la perdita del lavoro, le spese sanitarie, gli studi dei figli o una pensione meno generosa del previsto.

Il principio rimane valido. È la conclusione che ne abbiamo tratto a essere diventata problematica.

Accumulare denaro e costruire patrimonio non sono infatti la stessa cosa. Una famiglia può risparmiare regolarmente per vent’anni e scoprire, alla fine del periodo, che una parte considerevole della capacità d’acquisto accumulata è stata erosa dall’inflazione. Il problema del risparmiatore contemporaneo non consiste quindi soltanto nel mettere da parte denaro, ma nel decidere quale funzione attribuire a quel denaro.

IL NEMICO INVISIBILE: L’INFLAZIONE

Immaginiamo una famiglia che disponga di 50.000 euro e decida, per prudenza, di non investirli. Se ipotizziamo per semplicità un’inflazione media del 2% annuo, dopo vent’anni quei 50.000 euro saranno ancora nominalmente 50.000, ma permetteranno di acquistare beni e servizi equivalenti a circa 33.650 euro di oggi.

Non è avvenuta alcuna perdita sul conto corrente. Eppure è stata perduta quasi un terzo della capacità d’acquisto.

È questa una delle distinzioni fondamentali che dovrebbe conoscere chiunque amministri un patrimonio familiare: la sicurezza nominale non coincide necessariamente con la sicurezza reale.

Naturalmente una certa quantità di liquidità è indispensabile. Serve per le spese quotidiane e soprattutto per affrontare gli imprevisti senza essere costretti a vendere investimenti nel momento sbagliato. Ma oltre una determinata soglia la liquidità smette di essere una protezione e può trasformarsi lentamente in una perdita di valore reale.

PRIMA DI INVESTIRE: COSTRUIRE TRE CASSETTI

Una gestione razionale del risparmio familiare può essere immaginata attraverso tre grandi contenitori.

Nel primo si trova il denaro che potrebbe servire presto: spese correnti, emergenze, riparazioni, cure impreviste, perdita temporanea del reddito. È il patrimonio della sicurezza e non deve essere sottoposto a oscillazioni significative.

Nel secondo troviamo il denaro destinato a obiettivi relativamente vicini: cambiare automobile, aiutare un figlio negli studi, ristrutturare casa, affrontare una spesa prevista nei prossimi anni. Qui la ricerca del rendimento deve restare subordinata alla conservazione del capitale e alla prevedibilità.

Il terzo contenitore raccoglie invece il capitale che presumibilmente non servirà per molti anni. È qui che il risparmiatore può permettersi di accettare oscillazioni temporanee in cambio di maggiori prospettive di crescita.

La distinzione è più importante della scelta del singolo titolo, fondo o ETF. Molti errori finanziari nascono infatti non dall’aver acquistato un cattivo investimento, ma dall’aver investito nel modo sbagliato denaro che sarebbe servito troppo presto.

QUANTO PUÒ DAVVERO CRESCERE IL CAPITALE?

Consideriamo un esempio puramente illustrativo.

Una famiglia riesce a destinare agli investimenti 500 euro al mese. Significa 6.000 euro all’anno. Se questo capitale ottenesse nel lungo periodo un rendimento medio annuo del 3%, dopo vent’anni arriverebbe indicativamente a circa 164.000 euro; con un rendimento medio del 5% si avvicinerebbe a 206.000 euro; con il 7% supererebbe i 260.000 euro.

I versamenti complessivi della famiglia sarebbero stati soltanto 120.000 euro.

La differenza deriva dal rendimento e soprattutto dal meccanismo della capitalizzazione composta: i rendimenti prodotti nei primi anni rimangono investiti e cominciano a loro volta a produrre rendimento.

Naturalmente il 3, il 5 o il 7% non sono promesse. Sono ipotesi matematiche utili per comprendere il fenomeno. I mercati non procedono con rendimenti costanti: possono alternare anni fortemente positivi ad anni negativi e attraversare crisi anche profonde. Inoltre tasse, commissioni e inflazione riducono il risultato effettivamente disponibile.

Ma l’esempio mette in evidenza una caratteristica fondamentale dell’investimento: il tempo può essere più importante della ricerca esasperata del rendimento.

IL RISPARMIATORE NON DEVE INDOVINARE IL PROSSIMO VINCITORE

Una delle tentazioni più frequenti consiste nel chiedersi quale investimento renderà di più nei prossimi anni. Intelligenza artificiale? Tecnologia? Oro? Energia? Mercati emergenti? Immobiliare? Obbligazioni?

È probabilmente la domanda sbagliata.

Chi gestisce il patrimonio di una famiglia non dovrebbe comportarsi come un gestore speculativo alla ricerca del prossimo settore vincente. Dovrebbe piuttosto costruire un sistema capace di sopravvivere anche quando le proprie previsioni risultano sbagliate.

Da qui nasce il principio della diversificazione.

Possedere strumenti collegati a centinaia o migliaia di imprese distribuite in molti Paesi e settori significa accettare di non possedere esclusivamente il vincitore di domani, ma anche ridurre le conseguenze dell’aver puntato sul perdente.

Lo stesso ragionamento vale tra differenti categorie di attività. Azioni, obbligazioni, liquidità e, quando appropriato, altre componenti patrimoniali rispondono diversamente alle varie fasi economiche.

Diversificare non elimina il rischio. Evita però che l’intero futuro finanziario della famiglia dipenda da una sola previsione.

IL PARADOSSO DEL RISCHIO

Per il piccolo investitore il rischio viene spesso identificato con l’oscillazione del prezzo.

Se un investimento da 20.000 euro scende temporaneamente a 17.000, la perdita appare evidente. Se invece 20.000 euro rimangono immobili per anni mentre aumentano i prezzi, la perdita di capacità d’acquisto è molto meno visibile.

Eppure entrambe sono forme di rischio.

Esiste il rischio di mercato, ma esistono anche il rischio d’inflazione, il rischio di concentrazione, quello di credito, quello di liquidità e persino il rischio di vivere molto più a lungo di quanto avevamo previsto, esaurendo troppo presto il patrimonio accumulato.

La gestione finanziaria familiare non consiste pertanto nell’eliminare il rischio — obiettivo impossibile — ma nello scegliere quali rischi siamo in grado di sostenere e quali invece dobbiamo evitare.

100.000 EURO: UN ESEMPIO CONCRETO

Supponiamo che una famiglia disponga di un patrimonio finanziario di 100.000 euro.

Sarebbe sbagliato chiedersi immediatamente: «Dove investiamo i 100.000 euro?».

Occorrerebbe prima domandarsi: quanto potrebbe servirci nei prossimi dodici mesi? Quanto nei prossimi cinque anni? Quanto possiamo ragionevolmente lasciare investito per dieci, quindici o vent’anni?

Immaginiamo, esclusivamente come esempio didattico, di destinare 15.000 euro alla riserva di emergenza, 25.000 euro agli obiettivi di medio periodo e 60.000 euro alla crescita patrimoniale di lungo periodo.

I tre capitali dovrebbero essere amministrati secondo logiche completamente differenti. Il primo richiede soprattutto disponibilità e stabilità. Il secondo può cercare un rendimento moderato mantenendo sotto controllo durata e rischio. Il terzo può assumere una componente maggiore di attività orientate alla crescita, purché sufficientemente diversificate.

Non esiste però una percentuale universalmente corretta. Una coppia di trentacinquenni con due redditi stabili si trova in una situazione completamente diversa da quella di un sessantacinquenne prossimo alla pensione. L’asset allocation dovrebbe derivare dalla vita della famiglia, non il contrario.

IL COSTO CHE NON SI VEDE

Un altro elemento spesso sottovalutato è rappresentato dalle commissioni.

Un punto percentuale annuo può sembrare trascurabile. Sul lungo periodo non lo è affatto.

Su patrimoni mantenuti investiti per venti o trent’anni, una differenza apparentemente modesta nei costi può tradursi in decine di migliaia di euro di patrimonio finale, perché ogni euro pagato in commissioni non soltanto viene sottratto al capitale, ma smette anche di produrre rendimenti negli anni successivi.

Per questo il risparmiatore dovrebbe imparare a chiedere sempre: quanto costa complessivamente questo investimento ogni anno?

Non soltanto quanto potrebbe rendere.

GUADAGNARE DI PIÙ SIGNIFICA RISCHIARE DI PIÙ?

In linea generale sì, ma la frase richiede una precisazione.

Non esiste un meccanismo finanziario affidabile che permetta sistematicamente di ottenere rendimenti molto elevati senza assumere rischi corrispondenti. Quando qualcuno propone contemporaneamente rendimento alto, capitale garantito e disponibilità immediata, il risparmiatore dovrebbe diventare particolarmente prudente.

Ciò non significa però che ogni rischio venga adeguatamente remunerato. Concentrare tutto il patrimonio nelle azioni di una singola società comporta un rischio enorme senza garantire un rendimento superiore a quello di un portafoglio diversificato.

Il buon investimento non consiste quindi nel cercare il massimo rischio sopportabile, ma il miglior rapporto possibile tra rischio assunto, rendimento atteso, tempo disponibile e obiettivi familiari.

IL VERO VANTAGGIO DEL PICCOLO INVESTITORE

Il risparmiatore privato possiede una caratteristica che spesso non riconosce come vantaggio: non è obbligato a battere un indice ogni trimestre, non deve presentare risultati agli azionisti e non deve dimostrare continuamente di essere più bravo del mercato.

Può aspettare.

Può investire progressivamente. Può attraversare una crisi senza vendere, se ha organizzato correttamente la propria riserva di liquidità. Può reinvestire i rendimenti. Può approfittare di venti o trent’anni di capitalizzazione.

Il suo principale capitale, soprattutto quando comincia abbastanza presto, non è il denaro: è il tempo.

Prendiamo due persone. La prima investe 300 euro al mese dai 30 ai 60 anni. La seconda comincia a 45 anni e vuole raggiungere lo stesso risultato a 60. La seconda dovrà effettuare uno sforzo finanziario enormemente superiore, perché dispone di quindici anni in meno durante i quali il capitale può produrre altro capitale.

È una delle lezioni meno spettacolari della finanza e probabilmente una delle più importanti.

E NEI PROSSIMI DIECI ANNI?

Nessuno conosce con precisione quali saranno i rendimenti futuri. Proprio per questo costruire il patrimonio sulla previsione del prossimo settore vincente è pericoloso.

Possiamo però individuare alcune grandi trasformazioni economiche destinate presumibilmente ad accompagnarci a lungo: digitalizzazione e intelligenza artificiale, crescente domanda energetica, trasformazione delle reti elettriche, automazione industriale, invecchiamento demografico, biotecnologie, infrastrutture e riorganizzazione delle catene produttive globali.

Per il risparmiatore queste tendenze non dovrebbero necessariamente trasformarsi in scommesse settoriali. Possono piuttosto ricordare una cosa molto semplice: investire nell’economia mondiale significa partecipare, indirettamente, alla capacità delle imprese di adattarsi a queste trasformazioni e produrre valore.

Non tutte ci riusciranno. Alcune aziende oggi dominanti scompariranno; altre, che forse ancora non conosciamo, diventeranno protagoniste. È precisamente una delle ragioni per cui la diversificazione rimane tanto importante.

IL PORTAFOGLIO MIGLIORE È QUELLO CHE RIUSCIAMO A MANTENERE

Possiamo costruire modelli finanziari estremamente sofisticati, ma alla fine interviene una variabile difficilmente inseribile in un foglio elettronico: il comportamento umano.

Quando i mercati salgono siamo tentati di aumentare il rischio. Quando crollano vorremmo vendere. Quando tutti parlano di un determinato investimento abbiamo paura di essere rimasti esclusi. Quando un’attività perde valore ci convinciamo che continuerà a perdere.

Il risparmiatore deve quindi costruire non soltanto un portafoglio finanziariamente efficiente, ma un portafoglio psicologicamente sostenibile.

Un investimento teoricamente perfetto che viene abbandonato nel mezzo della prima grande crisi può rivelarsi molto peggiore di una strategia più prudente mantenuta disciplinatamente per vent’anni.

DAL RISPARMIO AL PROGETTO

Forse è proprio questo il cambiamento culturale più importante.

Non dovremmo più domandarci semplicemente quanto denaro siamo riusciti a risparmiare. Dovremmo chiederci che cosa dovrà fare quel denaro per noi.

Una parte dovrà proteggerci. Una parte dovrà finanziare i nostri progetti. Una parte dovrà produrre reddito. Una parte potrà crescere per molti anni. E una parte, soprattutto nelle fasi più avanzate della vita, dovrà progressivamente trasformarsi da capitale accumulato in capacità di spesa.

Il patrimonio familiare diventa così una macchina con differenti ingranaggi, ognuno destinato a una funzione precisa.

Il risparmio resta il punto di partenza. Ma risparmiare significa trasferire capacità di consumo dal presente al futuro. Investire significa cercare di fare in modo che, quando quel futuro arriverà, quella capacità di consumo sia almeno conservata e possibilmente cresciuta.

Non occorre diventare trader, prevedere la prossima crisi o scoprire prima degli altri l’azione destinata a moltiplicare il proprio valore.

Per la maggioranza delle famiglie la strategia più efficace potrebbe essere molto meno spettacolare: risparmiare con regolarità, mantenere una riserva adeguata, diversificare, controllare i costi, investire coerentemente con il proprio orizzonte temporale e lasciare lavorare il tempo.

In finanza, spesso, diventare ricchi lentamente è molto più realistico che tentare di diventarlo rapidamente.

Nota: gli esempi numerici contenuti nell’articolo hanno finalità esclusivamente illustrative e non costituiscono previsioni di rendimento né raccomandazioni personalizzate d’investimento.


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